Non sono libri!

Ci ho messo un po’, ma alla fine ci sono arrivato: l’e-book non è un libro.

Tutt’al piú è un testo, ma chi ha provato a impaginare quello che ancor oggi si chiama ‘manoscritto’ conosce bene la differenza fra il lavoro dell’autore (che in linea di principio contiene per intero l’essenza dell’opera) e il libro finito, impaginato, stampato, rilegato e offerto sui banchi delle librerie completo di copertina, sovracoperta, risguardi, ISBN e gli altri orpelli del caso. Personalmente non sono mai riuscito a vedere i miei abominî letterari come ‘veri’ libri finché non ne ho avuto in mano una tradizionale copia-omaggio all’autore.

Per circa due mesi mi sono arrampicato sui vetri nel tentativo politically correct di vedere nel mio Kindle solo un libro di forma un po’ diversa, ma non ha attaccato. Allo stesso modo in cui non hanno attaccato i miei tentativi politically correct di vedere in un pazzoide geniale solo un essere umano ‘diversamente intelligente’, in una bella ragazza solo un uomo con gli organi riproduttivi messi in maniera diversa, in un nero solo un uomo bianco pitturato di nero – come una volta a Boston ebbe a chiarirmi un collega simpaticissimo e maledettamente in gamba, cosí nero che quando sorrideva sembrava un pianoforte: “I’m no fucking ‘colored’, dammit! I’m a bloody nigger, and proud of it!”.

Chiaro che sarebbe ridicolo tentar di definire qual è meglio e qual è peggio (“Vuoi piú bene al papà o alla mamma?”), ma il tentativo di vederci dentro la stessa cosa mi sembra puerile, futile e un po’ patetico. Rivediamo un po’ le differenze:

  • Il libro di carta, un po’ come il sole, è insieme macchina e combustibile: basta a sé stesso, per leggerlo non occorre altro che un paio d’occhi e un cervello in discrete condizioni.
    L’e-book è soltanto il combustibile e per leggerlo occorre la macchina, un e-reader. E almeno per il momento non tutti i tipi di combustibile vanno bene su tutte le macchine.
  • Il libro di carta per definizione contiene un libro solo. In un e-reader ce ne stanno diverse migliaia, un’intera biblioteca.
  • Esteticamente il libro tradizionale può presentarsi come un’emerita porcheria o come una vera e propria opera d’arte tipografica. Il libro elettronico per ora si presenta quasi sempre come una porcheria, piú facile da leggere che da godere.
  • Il caricabatterie dell’e-reader è sempre fra i piedi quando si cerca qualcos’altro, ma quando la batteria piange di solito è altrove. Il caricabatterie del libro tradizionale, come tutto ciò che non esiste, è assolutamente perfetto.
  • I libri di carta costano un sacco di soldi (in Italia due sacchi). I libri elettronici costano un sacco di soldi piú un nuovo e-reader ogni paio d’anni – sia per obsolescenza programmata che perché dopo un po’ l’ultimo modello non è piú neanche il penultimo.
  • L’e-reader può fare moltissime altre cose oltre a visualizzare un testo pagina per pagina – anche se al momento ne fa pochine e non tutte terribilmente interessanti. Il libro tradizionale è solo quello, un libro e basta.
  • Il libro di carta si compra e rimane patrimonio di famiglia per sempre. L’e-book si noleggia a tempo (teoricamente) illimitato, ma non si può né regalare, né prestare, né considerare veramente proprio. Magari la differenza sarà in buona parte solo psicologica, però c’è.
  • Non esistono e-librerie pubbliche – né sono pensabili finché l’attuale politica commerciale degli editori non cambierà drasticamente. Se ti serve consultare qualcosa su un e-book, o lo compri o lo rubi, tertium non datur.
  • Dacché il computer e internet hanno reso uno scherzo la duplicazione illimitata dell’informazione, il concetto di ‘proprietà intellettuale’ va rivisto in una luce completamente diversa e modificato alla radice (ma non chiedetemi come). Nondimeno il DRM continua ad inceppare pesantemente la diffusione dell’e-book senza peraltro riuscire a proteggere un accidente.
  • Solo una piccola parte di quel che c’è da leggere al mondo è stata convertita in e-book. Temo che bisognerà aspettare ancora diversi anni perché succeda quel che è successo nel passaggio da vinile a CD.

  • Nemmeno io mi ero reso conto, prima di buttarli giú, di quanto per il momento i punti qui sopra pesino a favore del libro tradizionale – e certo non per colpa dell’e-book. La colpa, se di colpa si può parlare, sta nella stessa miopia che ha indotto me a cercar di vedere solo un libro nel mio Kindle, miopia evidentemente comune anche ai progettisti di e-readers e agli editori: si direbbe che abbia indotto gli uni, i progettisti, a fare l’impossibile per scimmiottare il libro tradizionale buttando alle ortiche le piú interessanti fra le infinite possibilità consentite dal supporto elettronico. E gli altri, gli editori, a mettere in commercio le opere come se si trattasse di libri veri e propri – solo senza costi di carta, stampa, distribuzione, magazzinaggio e gestione resi – certo fregandosi le mani al pensiero di tutto l’utile in piú che ne sarebbe venuto, e che probabilmente continueranno ad aspettare ancora per un bel po’ prima di rendersi conto che si tratta di tutt’altra cosa.

    Come dovrei regolarmi allora?
    Certo non buttando nella spazzatura il Kindle: lo terrò per la letteratura spicciola, per le letture frettolose da viaggio, per gli Urania e per i gialli. Ma non ne farò il centro del mio interese: in una vita da bibliofago ho accumulato sei-settemila libri di cui avrò letto sí e no tre quarti. Sprofondato nella poltrona accanto alla stufa, con un bicchierino di whisky in mano e un po’ di buona musica di sottofondo, per godermi la lettura leggerò o rileggerò quelli.

    E intanto aspetterò che qualcuno investa tempo e denaro in certi sviluppi che a me paiono inevitabili ma per ora si intravedono appena appena nella mia sfera di cristallo:

    • Standardizzazione dei formati: lo si è fatto con l’HTML e adesso tutti i computers al mondo si capiscono benissimo fra loro. Non vedo ragione per cui con gli e-books debba essere diverso.
    • Eliminazione completa del DRM e di ogni altra forma di encryption – scoraggia gli onesti, incoraggia il Lato Oscuro e fa passar la voglia di pagare anche quant’è giusto.
    • Alimentazione ausiliaria a pannellino fotovoltaico: gli e-readers consumano abbastanza poco da rendere la cosa perfettamente fattibile, e un po’ di luce occorre comunque per leggere.
    • Possibilità di ritoccare ‘a caldo’ il testo durante la lettura: è proprio allora che saltano fuori errori di scrittura, numeri di pagina, hyphens e capoversi mancati superstiti alla digitalizzazione, oltre a certi grossolani errori di traduzione capaci, da soli, di rovinare un bel libro.
    • ;Possibilità di comporre i propri testi su un tastierino estraibile di dimensioni anatomicamente accettabili: se ne trovano di sottili quanto un foglio di mylar, che alla produzione costano pochi centesimi.
    • Firmware open-source. A un livello piú alto, programmabilità e flessibilità totate della resa tipografica.
    • Accesso reale a internet, senza forche caudine di mezzo.
    • Abbonamento del tipo “all you can read” un tanto al giorno, alla settimana, al mese o all’anno. Proventi da usarsi per coprire le spese e, ripartiti per popolarità dei testi scaricati, per sostituire i presumibilmente defunti diritti d’autore.
    • Tutti i testi su una memory card estraibile, duplicabile e sostituibile – cosí quando l’e-reader tira le zampine se ne compra un altro e la cosa finisce lí.
    • E-readers a prezzi accessibili (5-10 € secondo il modello) reperibili dal tabaccaio all’angolo. Sí, si può: i primi calcolatori da tasca (anni ’70) costavano una follia; oggi vanno a qualche euro la dozzina.
    • La mia sfera di cristallo mi dice che quando tutto questo (e certo non solo questo) sarà divenuto realtà, allora sí, la gente troverà piú pratico, comodo e attraente leggere l’elettronico che non la carta – e quanta piú gente lo farà, tanto piú caleranno i prezzi e tanto piú l’editoria elettronica diventerà attraente.

      E il libro tradizionale?
      Nessun dubbio, quello rimarrà. Com’è rimasta la macchina da scrivere: io stesso ne posseggo una che ogni paio di mesi spolvero religiosamente. Fa una gran bella figura sul suo armadietto, a ricordarci con nostalgia di quant’erano semplici le cose che un tempo non lontano ci sembravano cosí complicate.

      Fabio Fumi